Il bar etico diventa un buon affare

Fair Trade –

Ci ha impiegato qualche anno, ma nel 2011 la rete dei locali svedesi Barista Fair Trade Coffee ha iniziato a generare profitti, nonostante i costi delle sue scelte solidali e sostenibili. E oggi può pensare di esportare la sua formula

Ogni giorno 860 bambini africani vengono sfamati grazie alle tazzine di caffè consumate in Svezia da una rete di consumatori etici. L’ente che sta realizzando questo progetto umanitario è una catena di 16 bar: i Barista Fair Trade Coffee (www.barista.cc). Sono distribuiti in varie zone del Paese e finanziati da una trentina di investitori privati. Il cuore dell’operazione è a Malmö, capitale svedese delle energie rinnovabili e del commercio equo e solidale. Qui un terzo del traffico viaggia in bici, 9.500 metri quadrati di tetti sono ricoperti di verde, piante e orti autoctoni in cima ai palazzi, le scuole insegnano ai ragazzi a consumare consapevolmente e decine di esercizi usano prodotti bio e fair trade. C’è addirittura un quartiere, il Bo01, alimentato interamente con energie rinnovabili.

Una tazzina per un bambino

Il caffè del Barista Fair Trade Coffee è buono, biologico e solidale: un’arabica da coltivazioni bio a marchio certificato (fair trade), in arrivo dall’Etiopia. Il suo consumo è due volte etico: combatte la fame in modo ecologicamente corretto. Per ogni tazzina di caffè, acquistata dal possessore di carta fedeltà (20 corone, ca. 2 €), vengono accantonati 25 centesimi a favore dei bambini di Muka Dhera (Etiopia). Sembra poco, ma equivale a un pasto per ogni bimbo del villaggio africano. Ma questo caffè oltre che buono è pure pulito. Gli accessori, dai tovaglioli alle tazzine, sono realizzati con materie prime rinnovabili. Sulle salviette di carta riciclata c’è scritto con ironia che “sono state già usate”, sui bicchieri composti da una sostanza vegetale a base di mais (PLA) si legge, invece, che “non vanno mangiati”.

Occorrono nuovi investitori

Anche i vassoi delle insalate da asporto, le cannucce e i coperchi sono fatti con il polylactide, particolare tipo di poliestere derivato da risorse rinnovabili. Gli strumenti che i 16 locali usano per trasmettere i loro valori sono - oltre al sito Internet e al passaparola - i tavoli, i muri e una particolare Fidelity Card gratuita. La carta dà diritto ai 45mila clienti associati a uno sconto del 10% sulla consumazione e destina 25 centesimi di euro (da ogni caffè) al progetto umanitario. A conti fatti il caffè del Barista, ma anche tramezzini, insalate, succhi bio, hanno un prezzo allineato con quello dei locali convenzionali. E il profitto, dunque, dove sta? Come può sopravvivere un’impresa che usa prodotti il più possibile fair trade e confezioni ecologiche?
Nel 2009 la rete dei Barista Fair Trade Coffee (che è nata nel 2006) era in rosso per 1 milione di euro, scesi a 800mila nel 2010. Nel secondo semestre 2011 ha recuperato e il dicembre scorso è stato il primo mese di profitti netti in anni di attività (anche grazie al fisco svedese, che ha ridotto l’Iva sui ristoranti dal 25% al 12%). «Nel 2011 il fatturato è cresciuto del 25% a 47,9 milioni di corone svedesi (5,3 milioni di euro). Per quest’anno speriamo in una crescita del 40% - dice Björn Almér, uno dei tre fondatori della catena - ma abbiamo bisogno di nuovi investitori, perché aprire un locale costa 200mila euro». Nei locali Barista oggi passa oltre un milione di clienti l’anno: essere “buoni” può essere anche un bel business. Così tra 5 anni, se gli svedesi continueranno ad amare il caffè, il Barista farà un passo importante: la quotazione alla Borsa di Stoccolma. E, nel frattempo, la formula potrebbe essere esportata.

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