Decreti Monti: il fuori casa alle soglie di una deregulation senza ritorno

Normative –

Le misure del Governo, dal “salva Italia” a quelle in materia di semplificazioni e sviluppo, stanno rivoltando come un guanto il nostro ordinamento giuridico. Cancellate oltre 300 leggi e fatto piazza pulita di licenze, oneri amministrativi e limiti di orario

Lavori in corso nelle commissioni parlamentari in vista della conversione in legge dei decreti sulle liberalizzazioni e in materia di semplificazioni e sviluppo. Tra le novità contenute in quest’ultimo decreto e che stanno preoccupando le organizzazioni di categoria ci sono la soppressione del comma 2 dell’art. 86 del Tulps che, in pratica, cancella la licenza per la somministrazione di alcolici nei circoli privati, e l’abrogazione dell’art. 124 del regolamento Tulps con la soppressione tout court della licenza spettacolo per i pubblici esercizi che vogliono organizzare spettacoli finora soggetti all’art. 68 del Tulps. Commenta Renato Cavalli, amministratore unico di Prassicoop e uno dei massimi esperti di legislazione commerciale: «Quest’ultimo punto lascia molto perplessi. Esentare da licenza qualunque tipo di spettacolo svolto negli esercizi pubblici, compresi quelli di maggiore rilevanza, può essere pericoloso. Pensiamo, ad esempio, a problemi di sicurezza o di ordine pubblico. Sarebbe più opportuno individuare espressamente i tipi di spettacoli e trattenimenti che possono essere effettuati in forza della sola licenza ex art. 86 del Tulps. Riguardo, invece, la soppressione della licenza alcolici per i circoli privati, occorre ricordare che si tratta di un settore di attività che si presta a innumerevoli abusi, in particolare simulando come circoli privati attività di fatto aperte al pubblico. Inoltre, con l’attuale normativa i circoli privi di riconoscimento come enti di utilità sociale, dati in gestione a privati (che sono quelli che più spesso mascherano attività del tutto privatistiche), vengono di fatto parificati agli esercizi pubblici. Per non parlare dell’impatto urbanistico, viabilistico ecc. di questo tipo di attività. Insomma, sarebbe meglio rimandare il tutto a una regolamentazione ad hoc». Certo è che, dopo i “decreti Monti”, nulla sarà più come prima. «Di certo - continua Cavalli - si apriranno nuove opportunità economiche per molti soggetti, soprattutto per le Pmi. Prendiamo. ad esempio, la materia degli orari: il decreto “salva Italia” ha stabilito, in via generale e senza eccezioni, la totale libertà di orari, sia in termini di ore di funzionamento che di aperture domenicali e festive, di tutte le attività di commercio e di somministrazione di alimenti e bevande su tutto il territorio nazionale, motivando la scelta come provvedimento a favore del principio di libera concorrenza, e quindi rientrante nelle competenze statali anche se applicato a settori per i quali la normativa è ordinariamente di competenza regionale. Una norma che azzera completamente ogni competenza delle Regioni e dei Comuni in materia di orari e che risulta immediatamente operativa. Una novità che ovviamente non è stata presa bene da alcune Regioni - ad esempio la Lombardia sta pensando di far ricorso alla Corte Cosituzionale - ma che “apre” il mercato a iniziative che potranno fare leva sulla specializzazione o sulla flessibilità in termini di orari per andare a coprire nicchie o nuove aree di mercato».
È pensabile allora che questa deregulation produca una razionalizzazione dell’offerta? Operi, cioè, una specie di selezione naturale soprattutto tra i piccoli esercenti a tutto vantaggio delle aziende più grandi e strutturate? «Non credo - risponde Cavalli - anche se nella prima fase di introduzione dei decreti ci saranno dei contraccolpi sulla numerica. Ma, una volta superato il periodo di transizione, è logico aspettarsi un fiorire di nuove iniziative che vorranno “occupare” gli spazi aperti dalla deregulation». Ma non si corre il rischio di semplificare troppo?

Leggi di conversione
Diversi operatori sono molto preoccupati e parlano addirittura di un processo di liberalizzazione selvaggia, portando come esempio l’art. 41 del decreto sulle semplificazioni che prevede, in occasione di sagre, fiere, manifestazioni religiose, sia consentita la somministrazione temporanea di alimenti e bevande preceduta dalla sola Scia. «Il passaggio da autorizzazione a Scia - risponde Cavalli - è già stato sperimentato da alcuni anni in Lombardia con esito positivo. E la valutazione anche da parte delle organizzazioni di categoria è positiva. Ben diverso il discorso sulle nuove necessità dei requisiti professionali e morali. Il non richiedere i requisiti professionali può essere accettabile per le iniziative complementari a fiere, sagre ecc., per le quali già oggi si fa di fatto ricorso a dei prestanome abilitati. Inaccettabile, invece la rinuncia a richiedere i requisiti morali. Sarebbe come invitare a nozze la criminialità organizzata in occasione di eventi di grande richiamo. O, comunque, aprire le porte a soggetti responsabili di violazioni in materia di frodi e sofisticazioni alimentari. Speriamo, quindi, in una revisione».

Intervista a Maurizio Pasca, presidente Silb-Fipe
 «L’abusivismo è in espansione»
Sono giorni di intenso lavoro anche in casa Silb, l’associazione delle imprese di intrattenimento da ballo e di spettacolo (circa 2mila le imprese rappresentate). Le novità contenute nel Decreto legge in materia di semplificazioni e sviluppo (Dl 5/12)  preoccupano non poco i dirigenti dell’organizzazione e si sta lavorando per riuscire a emendare almeno in parte alcuni articoli. «Con  il decisivo supporto di Fipe e Confcommercio - spiega Maurizio Pasca, presidente di Silb (in foto) - abbiamo sensibilizzato le istituzioni sui rischi derivanti dalla soppressione delle autorizzazioni ex art. 68 ed ex art. 86 secondo comma del Tulps, In particolare, si dà la possibilità a tutti indistintamente di organizzare trattenimenti danzanti senza alcuna preventiva verifica da parte delle autorità. Ciò, pensiamo, impedirà un reale contrasto all’organizzazione ad esempio di rave party illegali sia sotto il profilo della somministrazione di alcolici, sia sotto quello dell’ordine pubblico. Crediamo, infine, che un’eccesiva semplificazione renda la vita più facile agli abusivi e ai finti circoli privati. 

Le risulta che il fenomeno sia in aumento?
Siamo impegnati in un’attività continua di monitoraggio sul territorio e debbo confessare che il numero di esercizi camuffatti da circoli privati o associazioni culturali che organizzano feste e rave party “in piena regola” anche con 1.500-2.000 persone è in continuo aumento. Nonostante le nostre denunce alle autorità competenti, i cosiddetti furbetti del “no profit” sembrano riuscire a farla sempre franca. In particolare ci sono aree, come la provincia di Padova, dove questa tipologia di locali è in fortissima espansione e dove i controlli sono quasi nulli. Tanto che alcuni colleghi che pagano regolarmente le tasse e assolvono correttamente a tutti gli obblighi di legge previsti per un’attività d’impresa sono tentati a trasformarsi in circoli culturali. 

Si è chiesto perché?
Probabilmente perché dietro al mondo dei circoli privati ci sono i “poteri forti”. Mi riferisco, e lo dico con una visione bipartisan, ai partiti politici. 

Crede che i circoli privati illegali figurino tra le priorità del nuovo governo?  
Me lo auguro. Certo che stanare attività illegali mascherate da associazioni o club è più difficile che colpire degli esercenti che lavorano alla luce del sole. E poi, diciamoci la verità, il bar o la discoteca che non emette lo scontrino fa notizia. 

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