A volte ritornano

Tendenze –

Chiamateli Disco o Blue Cocktail, la sostanza non cambia. I drink di moda nei coloratissimi anni Ottanta sono tornati sul banco. Al Tales of the Cocktail di New Orleans c’era il loro profeta

A luglio il Tales of the Cocktail di New Orleans ha spento le prime dieci candeline. Per chi non lo conoscesse si tratta di un bar show nato grazie allo spirito di sacrificio di cinquanta bartender e appassionati, che dieci anni fa hanno posato la prima pietra del Museo del Cocktail a Big Easy, la cittadina della Louisiana dove “il tempo scorre lento, la vita è più facile e la tolleranza è uno stile di vita”. La definizione di New Orleans è di Betty Guillaud, editorialista del Times Picayune, negli anni Settanta. Fatto il tributo, torniamo al nostro show. In Louisiana, nel corso delle cinque giornate immolate al cocktail, si sono alternati eventi, seminari, degustazioni, feste. A New Orleans c’erano tutti, ma proprio tutti, quelli che contano. Si parla di 20.000 barman. Il numero è impressionante, specie se consideriamo la scelta del luogo. Certo, si potrà dire che New Orleans è la culla degli antenati della miscelazione. Che qui sono nati il Ramos Gin Fizz, il Sazerac, il bitter dell’apotecario Antoine Amédée Peychaud. Ma la storia da sola non basta a farne l’epicentro mondiale del bere miscelato. Ci sono molte altre città, da Londra a New York, che offrono uno scenario più sviluppato e moderno. Anche i locali dove si può bere un buon cocktail a New Orleans si contano sulle dita di una mano. Allora perché così tante persone fanno questo pellegrinaggio ogni anno, sobbarcandosi 18 ore di viaggio dall’Europa? Apparentemente il motivo non c’è. Solo un decennio fa c’erano poche risorse per la condivisione e lo scambio d’informazioni sui cocktail, mentre oggi tra blog, forum, social media, siti, bar book e ristampe, si rischia quasi il sovraccarico cognitivo. Information overload, per dirlo all’americana.
Quello che calamita il pubblico da quelle parti è innanzitutto la chance di una relazione in carne e ossa, non filtrata da computer, smartphone e tavolette varie.
L’altro elemento di richiamo è che si va a lezione da maestri, come nel sogno di ogni studente, che affrontano argomenti importanti, ma senza prendersi troppo sul serio.
E questa è la cifra stilistica che fa del Tales of the Cocktail un evento a sé.

Una ricerca in controtendenza
Si prenda il caso specifico del seminario condotto in modo professionale, ma per niente accademico, da Jacob Briars, opinion leader del settore, nonché ambasciatore mondiale dei Blue Drinks. Avete letto bene: proprio quei beveroni di colore blu, a base di blue curaçao, tanto in voga dagli anni della Febbre del Sabato Sera e quelli di Flashdance.
Gli stessi che oggi, molti acclamati mixologist, giudicano spazzatura. Ebbene, è successo che alcuni anni fa, esattamente all’inizio del percorso di riscoperta dei classici dimenticati e dei cosiddetti drink fossili – quelli che vanno dall’Archaic Age (1783-1829), passano dall’epoca d’oro del codificatore Jerry Thomas (1862), e arrivano all’era moderna (1920-1933) - il neozelandese Briars, ha focalizzato la sua ricerca sulle bistrattate miscele azzurre. Per restituire loro la dignità che meritano, ha scavato nel loro passato remoto e nel passato prossimo.
Durante il suo intervento al Tales of the Cocktail è partito dalla genealogia. Di cocktail in blu si parlava già negli anni Trenta sia nel Savoy Cocktail Book (Blue Train è considerato il primo della storia) sia nel Café Royal di William Tarling del 1937, un cocktail book che racchiudeva una dozzina di ricette cerulee. In tempi più recenti sono comparsi sulla scena drink come il Blue Lagoon e il Turquoise Blue, conosciuto come il long drink di Tom Cruise nel film “Cocktail” (1988). Tutte ricette che i fondamentalisti del classico guardano dall’alto in basso quando va bene, con orrore quando va male. I cocktail colorati e smargiassi, quelli dell’era della discomusic ma anche gli stessi Tiki, sono lì per fare una sonora pernacchia a tutti quei bartender che hanno dimenticato che il bar è un luogo dove la gente va per fare un’esperienza piacevole, per divertirsi. I long drink, blu o variopinti come un carro del carnevale di Rio, sono lì per ricordarci che forse sarebbe il caso di invertire la prospettiva e ricominciare a proporre, certamente in versione riveduta e corretta, miscele che uniscano l’utile al dilettevole. Prendi Alex Kratena dell’Artesian di Londra. Il Direttore d’Orchestra, come l’ha ribattezzato Bargiornale, il miglior barman del mondo com’è stato incoronato quest’anno a New Orleans, ha deciso di mettere in bella mostra due granitori nel suo bar al lussuoso hotel Langham.

Granitori per Alex Kratena

All’interno del primo, c’è la base per Piña Colada (acqua e latte di cocco, centrifugato d’ananas), nell’altro un concentrato per l’Americano (estratti di vermouth, bitter, arancia). A chi li ordina, dà in prestito occhiali da sole, pistola ad acqua, cappellaccio del pirata Jack Sparrow. Pare che i vertici dell’albergo non fossero d’accordo, ma Kratena e i suo bartender hanno tirato dritto, vincendo la scomessa col pubblico. Che ne dite, sarà un segnale?

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