Vi vogliamo competitivi

Capsule sì, capsule no? La domanda imperversa in rete, a seguito del provvedimento della città di Amburgo che nel mese di gennaio ha messo al bando il caffè porzionato nelle forniture pubbliche, perché “tra i prodotti difficili da riciclare”. Provvedimento che fa eco al voltafaccia dell’inventore delle capsule K-cup Keuring,  le più popolari e diffuse negli States. Una beffa per quanti (tanti) si stanno impegnando a ridurre l’impatto ambientale delle capsule.

Di più: c’è chi è pronto a liquidare la questione come una nuova Caporetto del caffè che coinvolgerebbe ora anche il mercato delle “macchinette”, dopo gli altri consumi. Nutrito anche il fronte degli inguaribili ottimisti, pronto a salutare il bel Clooney (George) e i suoi adepti a beneficio di un rialzo dei consumi al bar.

Il che ci tira in causa direttamente. Tuttavia, per noi, la questione è un’altra: può il caffè al bar riacquistare competitività (vedi il report Universo Caffè 2015 sui consumi di caffè fuori casa realizzato da The Npd Group Italia che pubblichiamo sul numero di marzo di Bargiornale)? È sufficiente una politica al ribasso che equipara il prezzo di un espresso al banco a quello delle capsule? Per rispondere a queste domande abbiamo chiamato a raccolta un pool di esperti tra gli esponenti più in vista della filiera del caffè, che da questo mese coinvolgeremo sulle più scottanti questioni. A fornirci il destro un bar-torrefazione alle porte di Milano che ha abbassato a 50 centesimi il prezzo di un espresso al banco a fronte di un prezzo medio che tra il 2008 ed il 2015 è cresciuto del 14%, pari in valore assoluto a 12 centesimi di euro (fonte Fipe).

Lungi dal voler dettare una ricetta universale, i nostri esperti insistono sulla necessità di creare vere esperienze di valore attorno al caffè migliorando la qualità dell’offerta e il servizio (vedi da pagina 72 del numero di marzo di Bargiornale).

Anzi il tema della qualità è il fil rouge di questo numero. Basta leggere la storia del protagonista della copertina di Bargiornale di marzo, Steve Schneider, principal bartender all’Emplooyees Only di New York, ex-marine fulminato sulla via di Damasco dalla professione del bartender. Il suo motto? Cocktail buoni in tempi rapidi e un servizio attento (pagina 62 del numero di Bargiornale di marzo). Qualità che noi e 700 lettori abbiamo potuto toccare con mano alla tappa di Bari di Baritalia, il nostro laboratorio di ricerca itinerante dedicato alla miscelazione e al food (godetevi attraverso la realtà aumentata i video tutorial delle ricette più apprezzate dalla giuria da pagina 26del numero di Bargiornale di marzo). Più facile a dirsi che a farsi? È il momento di provarci!

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1 commento

  1. Buongiorno sono Fiore,un barman a.i.b.e.s. della liguria appassionato anche di caffetteria.Nel 2011 campione regionale inei (istituto nazionale espresso italiano)Nel 2008 rilasciato dell’università del caffè di Trieste attestato maestro barista Illy.In merito .al vostro articolo volevo esprimere la mia opinione. In Italia abbiamo oltre settecento torrefattori e senza entrare nello specifico che è molto complesso,posso dire che non tutti lavorano il prodotto in modo qualitativo.In più nella parte finale della filiera, troviamo un partner importantissimo”l’operatore”colui che nella vendita del prodotto al dettaglio dovrebbe conoscere e curare scrupolosamente,ogni passaggio da poter ottenere una buona estrazione in tazza.Purtroppo così non è,per questo trovo assurdo
    che alcuni bar sopratutto nelle grandi città Italiane giochino al ribasso sul costo di un caffè al banco.Questo è uno dei motivi per cui negli ultimi anni le grandi aziende hanno investito molto nelle macchinette per uffici e casa,con una vasta scelta di capsule,allontanando clienti nella quotidianità a bere un buon caffè al bar.Trascurando in modo drastico la formazione dei giovani che si ritrovano ad aprire dei locali molto belli,che a parte una vistosa insegna poco sanno del caffè.

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