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Un maggior ruolo degli enti bilaterali può produrre ricchezza

Aziende e sindacati potrebbero individuare insieme soluzioni concrete per affrontare meglio la crisi attuale. Le proposte di Confcommercio

Laura Preite

11 Gennaio 2012

Il rilancio degli enti bilaterali potrebbe essere per Confcommercio una delle soluzioni alla crisi attuale. «In Italia bisogna superare la cultura sindacale derivata dal fordismo basata sull'antagonismo tra lavoratori e imprese che ha regolato e in parte ancora regola il settore dei servizi - spiega Mario Sassi, direttore area Lavoro e Welfare della Confcommercio -. La capacità delle parti sociali, aziende e sindacati, di individuare soluzioni concrete deve prevalere sugli interessi di parte e le posizioni ideologiche, a ciò servono gli enti bilaterali che devono essere potenziati e armonizzati nelle loro funzioni su tutto il territorio nazionale».

Il lavoro degli enti
Ebinter, l'ente bilaterale nazionale del terziario, nasce nel 1995 come organo di attuazione del contratto nazionale e rappresentativo in modo paritetico dei sindacati Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs Uil e della Confcommercio. Oggi, dopo la razionalizzazione stabilita con l'accordo sulla Governance della bilateralità firmato nel 2009 i compiti sono: armonizzare il lavoro degli Enti bilaterali territoriali (EBT, che sono 103 a dimensione provinciale sparsi su tutto il territorio nazionale) secondo gli indirizzi nazionali stabiliti dalle parti, e di studio attraverso l'Osservatorio. Tra le funzioni degli EBT c'è aiutare la conciliazione e l'arbitrato così com'è regolato dal Cnl del terziario, vigilare sull'applicazione corretta del contratto di apprendistato. Nel futuro, si potrebbe immaginare un ruolo di formazione e di ricollocamento che consenta l'incontro tra domanda e offerta di lavoro, un nodo particolarmente difficile da sciogliere, in un settore caratterizzato dalle ridotte dimensioni aziendali. Infatti l'85% delle imprese ha tra 1 e 10 dipendenti.

Bilateralità e welfare contrattuale
Bilateralità è anche sinonimo di welfare contrattuale e nel corso degli anni, sono nati diversi fondi di assistenza sanitaria integrativa. Come Est, il primo fondo nazionale di assistenza sanitaria per numero di iscritti (1.282.703 di 144.073 imprese) che nel 2010 ha erogato più di 480mila prestazioni. Segue in ordine di grandezza Forte, che gestisce progetti formativi e ha 1200mila iscritti, Quas, la cassa sanitaria integrativa dei quadri con 66mila iscritti, Fasdac (24mila iscritti) quella dei dirigenti, e Emva per i lavoratori autonomi. «Se le parti utilizzano degli strumenti che sgravano lo Stato da alcune funzioni - continua Sacchi - questo dovrebbe essere riconosciuto fiscalmente, con degli aiuti fiscali a sostegno di queste iniziative, affinché le risorse continuino a essere prodotte dal sistema». Si chiede una spinta in avanti, che cambi definitivamente il passo alle relazioni industriali, in un settore che conta quasi un milione di addetti nei soli bar e ristoranti (dati Fipe), a beneficio di tutti: «Se aziende e lavoratori concorrono al benessere comune è possibile immaginare forme di partecipazione agli utili e all'andamento delle imprese. Inoltre, sempre più la materia contrattuale deve essere semplificata e decentrata, affidando a contratti aziendali e territoriali di regolare i rapporti tra le parti, in modo da aumentare la flessibilità, mantenendo la cornice nazionale, così come è già definito dal contratto nazionale del terziario». Niente da inventare quindi, come sottolinea anche Roberta Caragnano, ricercatrice dell'Adapt (adapt.it), associazione di studi comparati sul diritto industriale e del lavoro: «Gli enti bilaterali sono una via italiana alla partecipazione, sarebbe difficile, per ragioni culturali, applicare modelli stranieri spesso richiamati, come quello tedesco. In particolare, dopo la riforma Biagi, gli enti bilaterali più di altri, conoscono le esigenze dei singoli settori economici, sono una fonte del diritto e un barometro per la regolazione del mercato del lavoro. È necessaria una presa di coscienza delle parti sociali affinché ne valorizzino le potenzialità e sistematizzino quello che già c'è».

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