Sul banco di… Danilo Bellucci

Attore (scuola del Piccolo di Milano), fotomodello, indossatore, pittore (con studi all’accademia di Brera), fotografo (scuola di fotografia all’Umanitaria), fotoreporter, ma soprattutto grande “public relation man”. Un personaggio che ha vissuto il mondo della comunicazione fin dai suoi albori. Entrato in Philip Morris nel 1971 come responsabile comunicazione (e uscitone per mettersi in proprio vent’anni dopo), Danilo Bellucci ha iniziato nel 91 la sua carriera di “libero comunicatore” nel mondo del food and beverage. Tra le aziende con cui ha collaborato ricordiamo Biscaldi, Barbero 1981, Bormioli Rocco, Campari, Capannelle Cantina, Pago, Rauch, Rinaldi, Fabbri 1905, Peroni, Toschi, Psenner, Molinari, Giovinetti. È stato nominato Cavaliere della Repubblica dal presidente Pertini nel 1979 e Cavaliere Ufficiale dal presidente Cossiga nel 1988. E oggi, dopo 25 anni di attività da libero professionista (e in precedenza due decenni da “interno”) non è, né appare, stanco. Tutt’altro.

Anni Settanta e Ottanta, i tuoi anni alla Philip Morris. Com’erano, Danilo?
«Erano anni tutti da scoprire in cui la comunicazione era davvero agli albori. Era tutto da creare, tutto. Non esistevano parole come marketing o brand manager, ma c’erano le relazioni pubbliche, il Carosello e la reclame in tv. Negli anni Settanta, questo, era davvero un lavoro molto creativo, tutto da inventare, che dava grandissime soddisfazioni. In Philip Morris per primi entrammo nel mondo della formula 1 applicando uno stiker di cm7 Marlboro sulle Ferrari. Detto oggi sembra normale, ma allora superare la barriera degli sponsor tecnici e tematici era qualcosa di eccezionale. Alla Philip Morris lavoravamo nel mondo del tennis, con Adriano Panatta, in quello del motociclismo, con Giacomo Agostini. Due personaggi che erano e sono davvero dei miti. E si cominciavano a organizzare i primi grandi eventi nel mondo dell’off shore, dell’ippica, del golf e del ciclismo. Era davvero una creazione continua. E lavoravamo davvero con grandissimi personaggi».

Quali sono i marchi che ricordi con più soddisfazione per il lavoro fatto?
«I marchi a cui sono legato sono tanti. E ho lavorato davvero per quasi ogni grande azienda del beverage italiano e non solo. Ricordo con vero piacere, però, i primi grandi successi che si chiamavano TyNant e Corona. Due prodotti importati dalla Biscaldi di Genova e che ebbero davvero fortuna. E poi Aperol, Seven Up, Frangelico, Bindi, Campari e tanti altri».

I personaggi che hanno maggiormente segnato la tua carriera?
«Anche qui tanti. il grande Luciano Gargano, Armando Giovinetti, il conte Riccardo Riccardi, Giancarlo Aneri, oggi produttore di grandi spumanti con un passato alla Ferrari Spumanti, e Pasquale Mottura, prima in Peroni e poi produttore di vini in Puglia. Impossibile poi non citare Giorgio Mistretta, con cui scrivemmo anche un libro sui migliori ristoranti italiani negli Stati Uniti e poi lo “Zio” Franco Zingales, amico e compagno di tanti momenti indimenticabili».

E i tuoi colleghi più giovani?
«Oggi i colleghi che si occupano di relazioni pubbliche e di marketing in generale vivono in un’epoca che offre vantaggi e svantaggi. Vantaggi perché hanno mille modelli a cui fare riferimento e da cui trarre ispirazione. E svantaggi perché proprio questi modelli hanno inventato quasi tutto in passato. Difficile oggi creare nuove e originali azioni di promozione, insomma. Senza parlare della concorrenza che esiste oggi nel nostro mondo. Davvero enorme».

E il futuro?
«Sono un “artigiano” della comunicazione e il mio futuro è aperto. Ho varie iniziative in corso (da Challenge on Ice a Lady Drink) e poi nuovi progetti sui quali sto lavorando. E le aziende continuano a chiamarmi. Segno che forse non sono così vecchio no?».  Η

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