Segmento grappe in chiaroscuro

Mercati –

Il 2010 è stato ancora un anno di sofferenza per il comparto. Complici la crisi, le leggi antialcol e il consumo legato alla tradizione. Buone però le prospettive di rotazione nei bar serali

La generale stagnazione dei consumi e il vento di proibizionismo che soffia da qualche tempo (troppo) in Italia hanno certamente fatto la loro. Ma liquidare la decelerata delle grappe prendendosela con il capro espiatorio di turno non è sufficiente. Etilometri e redditi decrescenti sembrano per esempio non aver frenato altri white spirit (rum chiaro in particolare). Vero, si tratta di mercati diversi, con logiche diverse: per rum, vodke e compagnia conta la marca, per la grappa la provenienza territoriale, l’appartenenza a un vitigno ecc. E diverse sono le modalità di consumo. «Dalle nostre rilevazioni presso i punti di consumo distribuiti su tutto il territorio nazionale - esordisce Roberto Zucchi, client manager Nielsen -, l’occasione di consumo che mette a segno le performance migliori è l’aperitivo, momento dal quale tradizionalmente la grappa è esclusa». Già, ma proprio la tradizione rischia di essere una prigione per grappe e acqueviti d’uva. Il consumo dopo pasto ne fa un prodotto per la ristorazione. Il bar diurno invece relega la grappa al ruolo di cicchetto o correttore per il caffè espresso, il che ha aperto il mercato a numerosi prodotti di fascia medio bassa, riducendo ancor di più il margine dei distillati premium. Peccato, perché nell’anno delle celebrazioni del tricolore, ci sarebbe piaciuto tracciare per il nostro distillato bandiera un profilo diverso. E la lettura delle rilevazioni Nielsen, conferma (ahinoi) questa tendenza: nei bar diurni ad andare per la maggiore sono i formati da un litro e i prodotti in cui non è riportata l’indicazione del vitigno. E non deve portar fuori strada l’eccezione rappresentata dal Centro Sud dove le vendite di grappe monovitigno rappresentano il 41% del totale. «Tradizionalmente - sottolinea Zucchi - al Centro Sud si usano altri prodotti per correggere il caffè espresso. Ma rimane valida la tendenza sin qui tracciata per il segmento». È un problema di formazione più specializzata degli addetti al servizio, di comunicare i giusti valori: quanti sanno che “Grappa” è dal 2006 la denominazione riconosciuta dalla Commissione Europea riservata unicamente all’acquavite di vinaccia prodotto in Italia? Indubbiamente la conoscenza merceologica da parte del barman lo renderebbe più abile nel proporre la grappa anche a clienti che hanno atteggiamenti pregiudiziali. A onor del vero i distillatori italiani hanno tutt’altro che ammainato la bandiera. In primis, lavorando sulla qualità del prodotto, puntando sulle specificità e peculiarità dei singoli vitigni. Prova è che il 58,4% dei consumi è rappresentato dai monovitigno.

Opportunità nella notte

In secondo luogo, ed è l’aspetto che più ci interessa, hanno saputo cucire su misura del distillato italiano nuove occasioni di consumo puntando sulla mixability con concorsi e ricettari dedicati. Non è un caso che, sollecitati da Bargiornale, abbiano messo a punto ricette ad hoc per i loro prodotti premium.
A cogliere le potenzialità della grappa come distillato da meditazione e da miscelare sono stati i bar serali se è vero com’è vero che nella valutazione dei dati in litri sviluppati da un locale medio il bar serale presenta gli stessi livelli di consumo di un ristorante. «Si tratta di una nicchia esclusiva - assicura Zucchi - che garantisce però rotazioni interessanti». In molti casi si tratta di locali faro per tutto il settore, capaci non di rado di lanciare tendenze e di guidare il consumatore verso nuove modalità di consumo in linea, s’intende, con il diktat del bere consapevole. Da qui, perciò, ci attendiamo parta la riscossa della grappa.

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