Piatti più belli ma meno nutrienti con gli additivi

Alimentazione –

Sono alla base di molte ricette fantasiose, ma vanno usati con giudizio, come spiega il farmacologo Francesco Scaglione

Dimmi quanti additivi usi e ti dirò che cuoco sei. Francesco Scaglione, farmacologo clinico presso l'Università degli Studi di Milano nonché chef per passione, ha un'idea fissa in testa: dimostrare che nell'alta cucina odierna gli additivi sono utilissimi, ma non devono diventarne i protagonisti assoluti.

Le ricerche di Scaglione sono indirizzate soprattutto a un aspetto: quello della salute. Per dimostrare che, se assunti entro certe quantità, gli additivi non fanno male (certi, come gli antiossidanti, possono essere addirittura benefici). In soggetti particolarmente sensibili, però, possono essere fonte di allergie o causare spiacevoli effetti lassativi, come nel caso d'ingestione eccessiva di gelificanti quali alginati, pectine, glicerina, mannitolo, sorbitolo, sostanze oggi molto utilizzate nella cucina “tecnoemozionale”.

Estetica o valore nutrizionale?
Semmai, è sul piano nutrizionale che sorgono i dubbi. Con il termine additivo s'intende tutto ciò che viene aggiunto a una preparazione alimentare. A seconda della loro funzione, queste sostanze sono suddivise in categorie, a ciascuna delle quali è associato un codice identificativo, valido in tutta Europa (generalmente composto da una E seguita da tre o quattro cifre). Coloranti, antiossidanti, acidificanti, esaltatori di sapidità, edulcoranti, conservanti, emulsionanti, addensanti, gelificanti sono oggi protagonisti assoluti della ristorazione industriale, ma da qualche anno sembrano diventati indispensabili anche nella cosiddetta cucina d'autore.

Gli chef se ne servono per rendere più gradevole alla vista un piatto, aromatizzarlo, dargli una consistenza che non avrebbe utilizzando esclusivamente gli ingredienti tradizionali; o ancora, per attenuarne o enfatizzarne un sapore, o addirittura per nascondere possibili difetti. Ma nella maggioranza dei casi, l'additivo serve a creare stupore con giochi di forme, aromi, sapori, consistenze. Una tendenza che sembra ormai indissolubilmente legata all'alta cucina contemporanea, come insegnano i grandi chef baschi e catalani che hanno aperto alla chimica le porte dei loro laboratori di cucina.

Falsi alimenti e prodotti del territorio
Afferma Scaglione: «È curioso pensare che con xantano (polisaccaride derivato dalla coltura di un piccolo microrganismo, ndr), acqua, aromi e ciclammato si possa realizzare un gelato senza latte, oppure che con agar agar (un altro gelificante molto utilizzato in pasticceria, ndr), acqua e colorante si possa ottenere un dolce dall'aspetto spettacolare. Il punto è che piatti come questi non hanno alcun valore nutrizionale, perché le sostanze di cui sono composti non sono assimilabili dal nostro organismo. L'effetto è un po' quello di un falso alimento».

Additivi bocciati, dunque, sotto il profilo dietetico, se da strumento per migliorare la lavorazione di un piatto si trasformano nei protagonisti occulti di un menu. Certo, l'idea del “falso alimento”, così come quella della sperimentazione in cucina, non è una novità. Già presso gli antichi romani era in voga il “pesce finto”, un piatto che nulla aveva a che vedere con pietanze di origine ittica. Il timore oggi è che l'estro e lo sperimentalismo in cucina, quando sono fini a se stessi, siano ideati per un consumatore che del cibo considera più l'aspetto estetico che quello alimentare. E allora, stabilito con Scaglione che gli additivi in linea di principio non fanno male, anche se non nutrono, ecco l'interrogativo finale: la cucina, per essere considerata d'alto livello, deve necessariamente stupire con “effetti speciali” o può essere la magistrale interpretazione di prodotti del territorio e materie prime d'eccellenza?

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