Nella fabbrica del gin Bombay Sapphire, a caccia di segreti

Può una distilleria di gin diventare allo stesso tempo un modello di recupero e riutilizzo di un edificio di valore storico, un volano di sviluppo per il territorio e un’esempio di green economy? La risposta è sì e se non ci credete, basta recarvi a Laverstoke, un piccolo villaggio rurale dell’Hampshire nel Sud Est dell’Inghilterra (siamo a circa un’ora e mezza di auto da Londra). Un luogo storico: qui, già a partire dall’anno 1000, l’attività economica è fiorente grazie a due mulini alimentati dalle acque cristalline del vicino fiume Test. Nel 1700, l’area passa sotto il controllo di Henry Portal che impianta una cartiera per produrre banconote per la Banca d’Inghilterra e, a partire dal 1800, per il governo indiano allora sotto il controllo della corona britannica. La famiglia Portal effettua una serie di investimenti e il borgo si espande con la costruzione di nuovi laboratori, di cottage per gli operai e di un impianto a turbina. Negli anni Sessanta la cartiera cessa l’attività e ben presto il sito perde d’importanza, cadendo in declino. Una situazione che permane fino ai giorni nostri quando nel 2010, la Bombay Spirits Company (Bacardi-Martini) acquisisce l’area per farne la nuova casa del suo “gioiello”: Il Bombay Sapphire Gin. Un distillato che ha rivoluzionato un’intera categoria merceologica, dando senso e significato alla definizione di premium gin e che è frutto di un processo di infusione a vapore, inventato da Thomas Dakin nel 1761. Una “magia” che avviene all’interno di alambicchi Carter-head con l’alcol vaporizzato che passa attraverso un cestello di rame forato contenente le botaniche, e che sviluppa, una volta condensato, un distillato morbido, fragrante e con un panorama aromatico equilibrato.

Alambicchi carter-head

Ebbene, questi famosi alambicchi Carter-head, battezzati Thomas e Mary Dakin in memoria degli inventori della “ricetta” del gin “azzurro”, potete vederli e toccarli con mano proprio a Laverstoke dove è sorta la nuova distilleria del Bombay Sapphire, inaugurata nell’ottobre 2014. «Per la precisione - ci racconta Sam Carter, senior brand ambassador di Bombay Sapphire  - si tratta di due alambicchi Carter-head di 3.200 litri provenienti dalla vecchia distilleria di Warrington e trasportati in Italia per essere ristrutturati dalla Green Engineering e, quindi, reinstallati a Laverstoke. Inoltre  la distilleria dispone di altri due alambicchi da 12mila litri realizzati circa 3 anni e mezzo fa sempre dalla Green Engineering e calibrati a regola d’arte per garantire lo stesso  livello di qualità e di coerenza del gin prodotto dai distillatori Dakin». Detta così, si potrebbe pensare che Laverstoke sia una mera operazione di delocalizzazione. E qualche ben informato potrebbe obiettare che in giro per il mondo, Italia compresa, vi sono luminosi esempi di distillerie che sono state ristrutturate o valorizzate e diventate poli di attrazione a livello turistico e culturale. Ma Laverstoke è qualcosa di più. Intanto è un luogo che non nasce come distilleria. E poi è il risultato di una sfida progettuale che ha cambiato il destino di un’intero territorio. Il master plan, coordinato dall’architetto Thomas Heatherwick, ha non solo previsto la ristrutturazione degli edifici storici esistenti (una quarantina) nel pieno rispetto dei valori architettonici originari, ma ancha la riqualificazione e la tutela di una vasta area rurale ad alto valore ambientale di circa 2 ettari (il complesso vanta la certificazione di “sostenibilità” Breeam). Fiore all’occhiello del progetto, la creazione di due serre futuristiche dove sono coltivate le 10 erbe alla base del Bombay Sapphire Gin: in una è garantita l’umidità necessaria alla crescita di piante originarie dei climi tropicali, nell’altra un clima più secco assicura le condizioni ideali per le piante mediterranee. Serre che sono “riscaldate” dal calore ceduto dal gin durante la condensazione  e che viene riutilizzato grazie a dei condensatori a recupero. Quella del recupero e del riutilizzo è, infatti, uno dei tratti qualificanti dell’impianto e risponde a una precisa strategia del gruppo Bacardi - Martini in materia ambientale nel promuovere modelli a impatto zero. E Laverstoke incarna perfettamente tale vision. La struttura è, ovviamente, aperta al pubblico ed è dotata di un organizzato visitors centre che “guida” professionisti e appassionati e in un tour tra alambicchi, botaniche, documenti, calici di design e fotografie in bianco e nero.

Non vi sono dati ufficiali sul numero di visitatori. Secondo alcune fonti sarebbero stati circa 60mila nei primi 12 mesi di apertura  e non è un caso che nel 2016 la distilleria sia stata premiata da VisitEngland con il gold award, categoria “small visitor attraction”. «Un afflusso - conclude Carter - che ha generato un indotto del quale sta beneficiando tutta l’economia locale». E questo, forse, è il miglior riconoscimento di cui poter andare fieri.

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