Metti in vetrina la vecchia bottiglia su Vintage Beverage

Collezionare bottiglie di alcolici è una passione che coinvolge milioni di persone in tutto il mondo. Una passione che non riguarda solo il vino, ma anche liquori e distillati. Di contro a una tale domanda, altrettanto ricco è il fronte dei potenziale offerenti, fatto di persone che si ritrovano a casa o in cantina vecchie bottiglie, o di gestori che, rilevando bar e locali, scoprono nei loro magazzini antiche etichette. Per costoro il problema consiste nel conoscere l’effettivo valore dei pezzi nelle loro mani. A questo scopo è nato Vintage Beverage, un sito (www.vintagebeverage.it) che vuole essere una vetrina dove poter esporre “gratuitamente” le proprie bottiglie e permettere di entrare in contatto con collezionisti di liquori, distillati e di oggettistica pubblicitaria legata al settore del beverage.

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Vav2: il Vov fornito all'esercito durante la Prima guerra mondiale in cartone vetrificato all'interno

Nato da un gruppo di collezionisti, capeggiato da Mauro Manni, Vintage Beverage si pone come un punto di riferimento per chiunque fosse interessato a cedere vecchie bottiglie, grandi e piccole (“mignonettes”), offrendo, innanzitutto, una corretta valutazione del bene.

Farlo è molto semplice. Basta mettersi in contatto attraverso l’email (mauromanni@libero.it) inviando qualche foto della bottiglia e il gruppo di esperti, sfruttando le diverse e profonde competenze dei suoi membri (ci sono esperti di bottiglie italiane, di whisky, di cognac, di cartellonistica, caraffe, ecc) fornirà tutte le informazioni in merito, a partire se si tratti di un esemplare interessante o meno.

Le bottiglie poi possono essere esposte sul sito o sulla pagina facebook gratuitamente per un certo periodo di tempo, in modo da renderle visibili agli appassionati. Inoltre, Vintage Beverage può anche occuparsi di cercare un acquirente, grazie a una mailing list esclusiva di collezionisti, o, per pezzi di particolare valore, offrire consigli e aiuto per partecipare alle aste che si tengono in giro per il mondo. Tutto in modo da creare un rapporto diretto tra proprietario e collezionista, evitando i vari passaggi tra intermediari che contribuiscono a distorcere la reale quotazione della bottiglia.

Valutare una bottiglia: mestiere da esperti

Ma quali sono i criteri sui quali si basa la valutazione? Innanzitutto, occorre sapere che i collezionisti di bottiglie di liquori e distillati si dividono in due grandi categorie. La prima è costituita dagli appassionati di “edizioni speciali limitate e numerate”, realizzate dai produttori appositamente per loro, ovvero per celebrare eventi, ricorrenze e anniversari. La seconda invece è composta da chi colleziona bottiglie d’epoca vecchie e “polverose”, bottiglie cioè che sono state di normale produzione e che oggi costituiscono oggetto di interesse proprio per ciò di antico che esprimono: tipo di vetro, chiusura, capacità, gradazione, etichetta con grafica e scritte che ne identificano il contenuto e il periodo.

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Bottiglione di Vermouth Cinzano degli anni Cinquanta

Le bottiglie, infatti, come tutti gli altri manufatti, hanno seguito lo sviluppo della tecnologia, delle tendenze del design e, elemento da non sottovalutare, delle prescrizioni della legislazione sugli alcolici. Un numero esorbitante di varianti, tanto che collezionare tutti gli esemplari dello stesso liquore spesso significa raccogliere anche centinaia di esemplari.

Utilizzate su grande scala dalla fine del Settecento, per sostituire le botti di legno responsabili dell’evaporazione che ne disperdeva il contenuto durante i trasporti in mare, hanno subito un’evoluzione tecnologica che ha riguardato le stesse materie prime, dal vetro soffiato per arrivare alle edizioni lussuose in cristallo, le tecniche di imbottigliamento e di chiusura, dal tappo di sughero con sigillo in ceralacca a quello metallico a vite.

L’ottimizzazione dei costi di produzione le hanno private di orpelli, vere e proprie chicche per i collezionisti, quali appunto i sigilli di ceralacca, i nastrini, l’etichetta aggiuntiva sul collo e altri piccoli particolari un tempo applicati rigorosamente a mano.

A questo si aggiungono altri elementi come la gradazione, che negli anni è diminuita per i distillati da 45° a 40°, la capacità, una volta era pari a un litro e poi passata a 75 cl e successivamente a 70 cl. Ma anche la ragione sociale delle aziende che da Sa (Società anonima) sono passate a Spa (Società per azioni) o il nome stesso dei distillati. Di quest’ultimo caso famoso è l’esempio del Cognac, inizialmente utilizzato anche per i distillati italiani di vino, ma sostituito durante il Ventennio fascista dal nome autarchico “Arzente”, coniato da Gabriele D’annunzio, e definitivamente abbandonato a favore di “Brandy” dopo il 1954, quando la Francia ha preteso che “Cognac” si chiamasse solo il prodotto ottenuto da uve coltivate, vinificate e distillate in Francia nella regione di Cognac.

Whisky Italiano - Filippi
Whisky italiano Filippi

Lo stesso per l’etichetta, ripensate o ammodernate sulla base delle mode artistiche del momento, per finire con le varie accise sull’alcool, rappresentate dalla fascetta di carta con impresso lo stemma sabaudo, il bollino metallico con stemma reale, poi con i fasci, cui seguì il sigillo metallico della Repubblica con la testa di donna e, infine, dal bollino metallico con stellina fino agli anni Sessanta.

Aspetti che attirano l’interesse dei collezionisti, ma che da soli ancora non determinano il valore di una vecchia bottiglia. A questo infatti contribuisco anche l’appeal della marca del produttore, la quantità presunta di esemplari prodotti, la loro rarità e, da non dimenticare, il numero di collezionisti interessati. Insomma, entrano in gioco una miriade di varianti che possono essere note e correttamente soppesate solo da veri esperti del settore.

Alcune chicche su Vintage Beverage

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