L’insulto sul lavoro è violenza privata

Professione –

Una sentenza della Corte condanna per mobbing due titolari di impresa colpevoli di ripetuti insulti e offese a una dipendente

Le ingiurie ai dipendenti possono costar care. Il datore che aggredisce verbalmente, in maniera sistematica, intenzionale e ingiustificata i propri lavoratori commette reato di violenza privata. Così si è espressa la sesta sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza 12517 del 3 aprile scorso. Questi i fatti: i titolari di una piccola azienda, padre e figlio, assumono una donna (in base alla legge 68/99 sull’inserimento lavorativo dei disabili). Nei tre anni successivi all’assunzione, la insultano e la offendono di continuo, accusandola di non amare il suo lavoro, di non saperlo svolgere, di essere lavativa e lenta. La denuncia della donna porta in secondo grado alla condanna dei due gestori per «maltrattamenti in famiglia» (art.572 del Codice penale): ripetizione di atteggiamenti che offendono l’onore della persona e ne mettono a rischio l’incolumità fisica. Un reato che, seppur legato in origine al solo ambito familiare, già in altre occasioni la Suprema Corte aveva ritenuto adatto a sanzionare i maltrattamenti in ambiente lavorativo. Il ricorso in Cassazione dei due imputati ha però portato a un’interpretazione diversa: i giudici hanno spiegato che, poiché erano emerse «sistematiche, intenzionali e non giustificate aggressioni verbali», il reato compiuto è la «violenza privata» (art.610 C.p.), che consiste nel costringere qualcuno, con violenza o minaccia, a tenere un comportamento non voluto. Con l’aggravante (art.61 n.11) di aver abusato del rapporto di autorità esistente tra datore e lavoratore. La Corte ha escluso che, in questi casi, nelle piccole aziende si verifichino le condizioni per i «maltrattamenti in famiglia» a meno che ci siano abitudini di vita simili a quelle delle comunità familiari.  

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