La stretta sui fidi mette in crisi la filiera

Credito –

In tempi di crisi diventa più difficile ottenere aperture di credito: si allungano i tempi per i rinnovi e si fanno più selettivi i criteri. La denuncia dei Confidi e dei distributori e le possibili vie di fuga

Accesso al credito sempre più difficile. La conferma arriva da Biagio Marsiglia, responsabile di Fidicomet Milano, la cooperativa fidi dell’Unione del commercio che associa 9.500 piccole e medie imprese meneghine del terziario, turismo e servizi: «Fra gennaio e marzo sono aumentate del 25-30% le richieste di fido per esigenze di liquidità aziendale e consolidamento dei debiti a breve termine - sospira preoccupato -. Più grave è la situazione dei programmi d’investimento, non c’è fiducia e attesa di ritorno nel futuro. Sono fermi il rinnovo delle attrezzature e la ristrutturazione dei locali». Il perché è presto detto. Ernesto Ghidinelli, responsabile del settore credito di Confcommercio, segnala l’aumento rilevante degli spread nella concessione dei fidi e spiega: «Gli spread vanno a incidere sul costo del credito in modo diretto e ci sono problemi anche per i rinnovi: tempi più lunghi, maggiore selettività, soprattutto per gli operatori contrattualmente più deboli».
Il ruolo delle istituzioni

Il problema coinvolge tutti gli attori della filiera. A cominciare dai grossisti e distributori, che spesso sono costretti a concedere di tasca propria crediti ai clienti. «È importante che l’onda della crisi moralizzi un mercato che per anni è stato trascurato - polemizza Giuseppe Cuzziol, presidente di Italgrob -. Lo Stato deve rivedere il ruolo dell’esercente e parificarlo a quello di artigiano. Il barista trasforma, dà valore aggiunto al prodotto e deve avere la stessa possibilità di contrarre fidi che ha l’artigiano. Ormai non esiste quasi più il bar che vende solo bottiglie, senza servizio». E le misure sono tanto più urgenti quanto più concreto si fa il rischio di cadere nelle mani degli strozzini. A Milano, Fidicomet sta usando il 30% in più dei fondi di prevenzione antiusura (che entrano in gioco quando l’impresa va in banca e si sente rifiutare il credito pur in presenza di una garanzia del Confidi). «In questi casi - spiega Marsiglia - la garanzia prestata sale dal 50 all’80%. È in aumento il numero delle aziende che versano in una situazione talmente grave (meno fatturato, meno credito dai fornitori), che il sistema bancario chiude i cordoni e s’irrigidisce sui rinnovi degli affidamenti».

La bolla dei ticket

Che fare dunque per far fronte alle esigenze di liquidità? Sono ancora attuali le ipotesi di utilizzare carte di credito al consumo per agevolare gli acquisti dell’esercente e i buoni pasto “spesi” come denaro contante e fatturati per i pagamenti? «Sui buoni pasto non sono d’accordo - risponde Cuzziol -. Veicolare un pezzo di carta che non è moneta crea una bolla economica virtuale che prevede passaggi e costi. Il buono pasto toglie marginalità al barista che aspetta 60, 90 o 120 giorni per incassare. La carta di credito al consumo invece va bene, il barista dispone di una certa cifra e paga con la credit card. Davanti al fido prepagato, il distributore è sicuro di portare a casa i soldi e potrà fare uno sconto maggiore (3-5%, in rapporto a quello che vende), magari con la possibilità di rateizzare. Se la Fipe si mette in moto, noi siamo pronti ad accettare questa formula».
Tante sono le ipotesi allo studio per migliorare i rapporti economici tra i vari attori della filiera: albi di solvibilità per mettere al riparo le transazioni da brutte sorprese, accordi con le camere arbitrali delle Camere di Commercio per risolvere in tempi più rapidi i contenziosi con i creditori, ricorsi e ingiunzioni più rapide. «Italgrob è favorevole a lavorare a queste soluzioni, a patto di farlo insieme alla Fipe - conclude Cuzziol -. Il tavolo di lavoro è fermo da qualche mese, ma dovremo riprenderlo presto».

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