Il Barolo in cantina sociale un nobile con mente aperta

CANTINE Strategie –

La Cantina sociale Terre del Barolo coniuga volumi e qualità. E racc oglie i frutti di un progetto agronomico sostenibile.

Per arrivare nel cuore del Barolo bisogna fermarsi prima di Barolo. Sembra un gioco di parole, eppure Terre del Barolo, la cantina sociale che, da sola, produce il 15% delle bottiglie del “re dei vini”, si trova a Castiglione Falletto, sulla strada che collega Alba alla culla del vino più pregiato del Piemonte. La sede di questa importante enocooperativa non colpisce certo per la bellezza architettonica. Terre del Barolo ha sede in un immenso capannone, identico a quelli che fanno tribolare i puristi del paesaggio, dove le grandi cantine con le autoclavi e le vasche inox convivono con botti e barrique (terredelbarolo.com). Eppure il complesso di Terre del Barolo, così lontano dalle corti medievali e barocche delle aziende griffate del vino, dalle “cattedrali sotterranee” degli spumanti piemontesi o dalle fantascientifiche strutture che sorgono tra i vigneti di nebbiolo, ebbene la “cantinona” di Castiglione Falletto in qualche modo si fonde con il paesaggio di Langa, dove i vignaioli ancora lavorano duro per continuare a vivere tra le vigne.
Innamorati della vigna
Gli inizi risalgono ad una decina d’anni dopo la Seconda Guerra mondiale. Nel 1958, Arnaldo Rivera, maestro elementare ed ex comandante partigiano, decide di giocare la carta della solidarietà e, con un gruppo di viticoltori, costituisce una cooperativa. Era una novità. Allora in Piemonte a battere la strada della cooperazione in ambito vinicolo erano i preti. In questo caso invece, fu un socialista con l’ideale del cooperativismo. Per la neo cooperativa i primi passi furono difficili, anche per l‘ostilità di vinificatori e mediatori che temevano di perdere il monopolio del mercato. Ma alla prima vendemmia, da 22 che erano i soci fondatori raggiunsero la quota di 362. Molti agricoltori avevano visto nella cooperativa l’opportunità per continuare a lavorare la vigna, senza dover andare in città per lavorare. Insomma, rimanere era un’opportunità che i soci-conferenti di Terre del Barolo sfruttarono al meglio. A cominciare dal nome. La scelta di non chiamarsi “cantina sociale” e di puntare sul nome blasonato del Barolo, fece infuriare più di un vinificatore. Ci furono persino grane giudiziarie, ma alla fine la spuntò la cooperativa di Castiglione Falletto.
Il futuro in un nome
Terre del Barolo è una definizione che evoca suggestioni eclatanti anche oggi, a distanza di mezzo secolo. Negli anni a seguire la cantina brucia le tappe e realizzaprogetti innovativi: linee di produzione e imbottigliamento interne, struttura commerciale autonoma, il primo progetto sui cru, consulenze agronomiche nei vigneti dei soci, selezioni delle migliori vigne per dare vita a pregiatissime partite di vino. Insomma Terre del Barolo già dalla nascita si impose come una cantina sociale all’avanguardia, al centro della zona di produzione di uno dei vini più storici e blasonati d’Italia. Non basta. Per Terre del Barolo il vino è un tramite per promuovere cultura e territorio. Su queste basi poggiano varie iniziative, tra cui il Premio Terre del Barolo che ogni anno va a persone che si sono distinte in vari campi dell’attività umana. Nel 2009 il riconoscimento, dedicato alla Luna nel quarantennale dello sbarco degli astronauti sulla superficie lunare, è andato a Tito Stagno, il giornalista che, nel luglio del 1969 condusse la telecronaca dell’evento.
Il cooperativismo secondo Matteo Bosco
Presidente Bosco, con il Progetto Qualità Terre del Barolo ha inaugurato un nuovo modo di produrre per il canale Horeca. Di cosa si tratta?
«Il progetto, avviato nel 2001, nasce da uno studio delle diverse microzone viticole negli 11 Comuni che fanno parte della zona di produzione del Barolo. A fronte di questo lavoro di zonazione si sono scelti i vigneti più vocati dei nostri soci nelle migliori esposizioni rispettando precisi parametri qualitativi, monitorati dai nostri agronomi lungo tutte le fasi vegetative del vigneto. L’obiettivo è l’ottenimento di basse rese, la riduzione drastica dei trattamenti antiparassitari, tempi di vendemmia rispettosi della completa maturazione dell’uva fino ad una accurata vinificazione».
Dall’iniziativa è nata una gamma di vini per la ristorazione. Cosa c’è alla base?
«È la linea Vinum Vita Est che oggi comprende Barolo, Nebbiolo d’Alba, Barbera d’Alba, Dolcetto d’Alba, Dolcetto di Diano d’Alba e che ha avuto un’ottima accoglienza dei clienti. Ma il vero motore del progetto resta la collaborazione tra soci e cooperativa. Il lavoro dei primi, a fronte di un’adeguata retribuzione di uve selezionate, mette Terre del Barolo in condizione di conservare un corretto rapportoqualità-prezzo». 
Territorio e produzione
Terre del Baroloha circa 400 vignaioli soci, proprietari di 650 ettari di vigne nei comuni di Grinzane, Serralunga, Monforte d’Alba, Diano d’Alba, Barolo, Novello, La Morra, Verduno, Roddi e Castiglione Falletto. La produzione di uva è circa 53.000 q. Le uve, selezionate per zona, maturazione e contenuto zuccherino, consentono una produzione di circa 38 mila ettolitri di vino, suddivisi nelle varie qualità, di cui Barolo, Nebbiolo d’Alba, Dolcetto d’Alba, Dolcetto di Diano d’Alba ed il Barbera d’Alba sono la parte più importante. Le bottiglie prodotte sono 3 milioni, il fatturato 14 milioni di €. (a sin. la Cantina negli anni ‘60 e il fondatore A. Rivera. A destra il punto vendita).

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