Sicurezza, quanto ci costi

Due imprese su tre dedicano una significativa parte dei propri ricavi a sostenere i costi della sicurezza, cioè a proteggersi dai rischi di furti, rapine ed estorsioni. Il 21,2% degli imprenditori spende ogni anno per la sicurezza tra l’1% e l’1,9% del fatturato, il 30,5% tra il 2 e il 4,9%, il 13,8% più del 5%. In media, i pubblici esercizi e le piccole e medie imprese sostengono ogni anno costi per proteggersi pari al 2% del giro d’affari. Ciò significa che una quota rilevante dei margini lordi (tra il 10% e il 25%) è sottratta al reddito o agli investimenti per spese connesse alla sopravvivenza dell’attività. È quanto emerge dall’indagine su criminalità, sicurezza e piccole e medie imprese realizzata nel 2009 da Confcommercio in collaborazione con Format-Ricerche di Mercato. Chi paga di più le conseguenze di questa “tassa occulta” sono le piccole imprese del Centro e del Sud Italia. Il 4,1% di esse considera addirittura la possibilità di trasferire altrove la propria attività o di cederla. Come ci si può difendere dalla microcriminalità e dai tentativi di furto o rapina? Prima di tutto, come insegnano anche recenti fatti di cronaca, attraverso un efficace impianto di videosorveglianza.

Il ruolo centrale di Carabinieri e Polizia

«Di solito la telecamera è un deterrente e aiuta anche noi – spiega Marco Basile, vicequestore aggiunto del servizio centrale operativo della Polizia di Stato al Tuscolano a Roma -. È efficace in caso di furti e rapine nei bar-tabacchi e nelle ricevitorie, ovunque circoli denaro contante. Resta l’immagine del reato ed è utile per rintracciare gli autori. Il rischio di subire una rapina si riduce per chi adotta forme di autotutela come le riprese video con registrazione delle immagini in buona definizione e i sistemi d’allarme collegati alla centrale. Meglio ancora se un cartello esterno avverte che il locale è videosorvegliato». Un’indagine condotta da Confcommercio-Gfk Eurisko su 50mila esercizi commerciali fotografa la situazione nel dettaglio. Nel 2007, il 46% delle imprese si è protetto da rapine e furti con i sistemi d’allarme, il 31% con servizi di vigilanza privata (con punte del 39% al Sud e del 40% nelle grandi città del Centro Sud), il 26% con telecamere e illuminazione esterna (30% nel Nord Est) e il 5% adottando misure di difesa personale, inclusi cani da guardia. Gli strumenti più efficaci per combattere il crimine, per gli esercenti, restano comunque le azioni intraprese dallo Stato a livello centrale: attraverso in primis la vigilanza di Polizia e Carabinieri per il 32% degli intervistati e, a livello locale, dei poliziotti di quartiere per il 27%. Ma lo Stato fa abbastanza per contraccambiare questa fiducia? Ha uomini e mezzi sufficienti dislocati sul territorio? «È l’eterna questione della coperta troppo corta – ammette il vicequestore -. A volte c’è un problema di numeri. È difficile soddisfare tutte le richieste, ma lo Stato è sempre alleato dell’esercente, anche quando sembra non arrivare a tutto. Ci si può e ci si deve fidare». Il porto d’armi può essere una soluzione? «Non mi risulta – ribatte il vicequestore – che siano in aumento le domande di porto d’armi e non credo sia un valido deterrente. Questa è una soluzione che spesso porta a conseguenze tragiche e non serve a ridurre il rischio delle rapine. Lo sconsigliamo assolutamente».

C’è anche il peso della burocrazia

Un altro dato interessante che emerge dalla ricerca è che il 5,3% degli esercenti interpellati dichiara di aver perso oltre 10 giorni per pratiche e attività varie come sporgere denuncia, sottoporsi a visite mediche ecc. (il dato medio dei giorni persi è di 7,2). Come dire, oltre alla “tassa occulta” per dotarsi di sistemi di sicurezza c’è anche da mettere in bilancio, se vittime di un furto o di una rapina, una settimana o più da dedicare all’“incidente”. Infine, un dato positivo: il numero dei reati commessi nei pubblici esercizi sembra essere in calo. In particolare, nel 2008 le denunce di furti sono calate di quasi il 15%.

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