Discoteca, un format da ripensare

Clubbing –

Il borsino dei club è in picchiata. Come risolvere la situazione? Un convegno, tra esperti di club e culture giovanili, tenta di dare la soluzione. Nel futuro meno cubiste e privé. Più spazio a musica, arte e pure teatro

Tremila. Questo secondo stime recenti è il numero delle discoteche italiane. A metà degli anni '80 erano 5.000, con un fatturato di oltre 3 miliardi di lire l'anno (tra ingressi e consumazioni) e 80.000 posti di lavoro, compreso l'indotto. Per fronteggiare la crisi gli imprenditori hanno puntato su spazi polifunzionali dove con successo è entrata anche la ristorazione. Di contro sembra estinto il tradizionale modello di discoteca, quello lanciato nel '77 dal film “La febbre del sabato sera” e dallo Studio 54 di New York, fatto di mirror ball, cloni di Tony Manero e pavimenti luminosi. In difficoltà sono anche format più recenti, quelli delle discoteche con privé esclusivi, tanto in voga a partire dagli anni Novanta.

Un seminario tra gli attori della notte

A confermare lo stato di crisi le testimonianze che abbiamo raccolto a un recente seminario sui mutamenti avvenuti nel mondo della notte, che si è tenuto all'ultima edizione del Sib a Rimini Fiera (sibinternational.com), che ha avuto tra i relatori Fabio De Luca (esperto di club culture e giornalista di Rolling Stone), Andrea Girolami (Qoob - Mtv), Marco Mancassola autore del libro Last Love Parade, la sociologa Pina De Angelis, Michele Moretti (vice presidente del Silb) e Andrea Rosso, direttore creativo di 55Dsl. Moderatore dell'incontro Pierfrancesco Pacoda autore insieme a Claudio Coccoluto del nuovo “Io, Dj”, viaggio tra storia e personaggi che hanno fatto la club culture. Un libro - nella pagina a lato con maggiori dettagli - che tenta di dare spiegazioni alla crisi e allo stesso tempo getta uno sguardo sulla discoteca che verrà. Secondo Coccoluto, tra i protagonisti del djing internazionale, il club del futuro sarà un luogo di aggregazione, basato su un atteggiamento culturale che porti i ragazzi ad andare in discoteca per incontrarsi e scambiare emozioni, accantonando i freddi canali di comunicazione come le chat.
«Nella mia visione, la musica, al di là delle mode, torna a essere strumento di aggregazione, come avveniva con i concerti rock e come è successo con la prima stagione dei rave illegali. Bisogna ripartire dalla musica e coinvolgere altre forme d'arte, portando all'interno di strutture dance polifunzionali il balletto, il teatro, il cinema. Per quale motivo la danza, il teatro, non possono andare in scena in un capannone industriale, seguiti dalla selezione di un dj?».
Esperienze recenti dimostrano che quando ci sono buoni contenuti il club funziona. Con successo per esempio alcuni hanno puntato sul vjing e le video proiezioni, altri sulle celebrità che mettono i dischi, altri hanno coinvolto attori e artisti. Ci sono spazi spogli, veri capannoni con pochi effetti speciali, come il Goa di Roma che propongono una selezione musicale meno commerciale, ma di qualità e registrano da sei anni il tutto esaurito. « Il pubblico si è disaffezionato da tempo alla discoteca tradizionale. Si è stancato delle starlette, delle celebrità che fanno solo presenza nel privé, facendoti intuire la loro bellezza. Oggi chi vuole ammirare una bella ragazza va direttamente al sodo ed emigra nei locali di lap-dance che infatti stanno spuntando ovunque».

Un esodo di clienti verso nuovi spazi

La testimonianza è dell'architetto Beppe Riboli. Il suo è un punto di vista privilegiato. In oltre venti anni di onorata carriera, tra la progettazione di una discoteca e l'altra, si è occupato anche di uno spazio come Lilì La Tigresse di Milano che ha segnato lo sdoganamento dei locali di lap-dance, da localacci di serie B a vetrine patinate. Riboli oggi è l'alfiere del post-cubismo, nel senso che le ragazze cubo e tutto quello che ci sta attorno, non lo può più vedere. «Se le discoteche vogliono arginare il proliferare di spazi di nuovo entertainment, come i lounge o i beach club, devono ripensare la loro proposta. La politica del tavolo presto non pagherà più. Col sistema tavolo-privé si è creata una frattura non ricomponibile tra vip e pubblico”. Il risultato? Clienti in fuga.

Discoteche più accessibili per tutti

Oggi è necessaria una discoteca di forma più democratica, in cui ogni cliente deve essere trattato con riguardo e dove anche la struttura del locale sia ripensata, magari con più privè, ma aperti a tutti. Dove tornino i Tony Manero, commessi di giorno, re della pista la notte. I clubber se lo meritano. Soprattutto se si considera che oggi andare in disco, con tutti gli ostacoli che ci sono da superare, è già un inferno: arrivare, parcheggiare, fare la fila, oltrepassare il ragazzo delle liste, scavalcare il buttafuori, sperare che il dj metta buona musica e che il barman non ti propini una bomba chimica, augurarsi che nessuno importuni te o la tua ragazza, e via così.

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