L’export di vino italiano tiene anche con la crisi

A più di un anno dal fallimento di Lehman Brothers e nel pieno della crisi economica, l’analisi sullo stato degli scambi internazionali di vino, sul posizionamento competitivo del prodotto italiano e sul ruolo della cooperazione vitivinicola nelle esportazioni mette in luce l’inaspettata tenuta delle nostre spedizioni all’estero.
Dando per assodata la rilevante pressione concorrenziale esercitata nel mercato internazionale dai produttori vinicoli dell’Emisfero Sud (una competitività che ha portato la quota in volume di questi Paesi negli scambi mondiali di vino dal 3% del 1990 al 30% del 2008), analizziamo i fattori che hanno permesso tale imponente conquista.

Produrre per vendere o vendere per produrre?
In Italia la viticoltura è una pratica agricola largamente diffusa dalla Valle d’Aosta alla Sicilia su qualsiasi tipo e dimensione di appezzamento e l’export diventa una scelta delle imprese perché gli italiani non riescono a bere tutto il vino che viene prodotto sul territorio nazionale. In Cile o in Australia la viticoltura è una pratica industriale realizzata su estensioni di diverse centinaia di ettari e l’esportazione è la scelta prioritaria delle imprese. In altre parole, mentre le imprese italiane vendono per produrre, quelle dell’Emisfero Sud producono per vendere.
Dalla comprensione della differenza nella “filosofia imprenditoriale”, si arriva così a dare un senso a quell’86% di incidenza dei volumi di vino esportati rispetto a quanto prodotto dal Cile contro il 65% della Nuova Zelanda, il 59% dell’Australia e “solo” il 36% dell’Italia. Allo stesso modo, si capisce perché tra le principali imprese vinicole mondiali per fatturato quotate in borsa, in cima alla classifica si colloca una multinazionale australiana (Foster’s Group, che tra l’altro ricava dal vino solamente la metà dei suoi 2,8 miliardidi euro di fatturato ma per il 37% arriva dall’export) seguita da una statunitense (Constellation Brand, 2,6 miliardi di euro di fatturato, di cui 46% ottenuto fuori dai confini americani), da una sudafricana (Distell Group) e da una cilena (Viña Concha y Toro).
A questi “colossi” l’Italia risponde con un universo fatto di piccole e medie imprese, fortemente polverizzato, tanto che le prime 10 società per fatturato arrivano ad incidere sull’export di settore per appena il 25%. E in seno al mondo cooperativo tale frammentazione non è di certo inferiore. Sebbene siano cooperative le prime quattro aziende vinicole italiane per fatturato (GIV, Caviro, Cavit e Mezzacorona), in tale ambito le imprese con un giro d’affari superiore ai 10 milioni di euro sono appena il 10% di tutte le cooperative vitivinicole. Ma, cosa ancor più preoccupante, è che la metà delle cooperative che non raggiunge tale soglia (cioè il rimanente 90%) non esporta.
Suscita un moto d’orgoglio sapere che in Germania, dove le prime tre catene distributive concentrano il 60% delle vendite alimentari, l’Italia rappresenta il principale esportatore con una quota pari al 35% del valore di tutto il vino importato. Anche in tutti gli altri più importanti mercati mondiali di consumo di vino – Usa, Regno Unito, Canada, Giappone – dove le vendite passano principalmente attraverso pochi player della Gdo, l’Italia continua a conquistare quote di mercato e, tutto sommato, a tenere testa ai “fuori classe” dell’Emisfero Sud.

Una competitività extra organizzazione
Le ragioni di tale competitività “extra-organizzazione” sono diverse e l’attuale momento di crisi sembra evidenziarle. Innanzitutto la recessione ha ridotto la capacità di spesa dei consumatori e c’è stata una rimodulazione degli acquisti di vino. I dati sull’export nei primi sette mesi del 2009 confermano tale tendenza. A livello complessivo, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, l’Italia ha esportato il 9% in più di vino in quantità ottenendo però una remunerazione più bassa del 4%.
La variazione nei valori è stata comunque positiva per gli spumanti (+4,4%), mentre è risultata negativa per un -4,3% per i vini fermi imbottigliati e per un -4,8% per gli sfusi. In merito ai volumi, all’opposto, i segni sono tutti positivi +10,1% per le quantità di spumante esportato, +6,3% per gli imbottigliati e +14,8% per gli sfusi, indice di un prezzo medio all’export più basso rispetto all’anno passato.
Le quantità esportate crescono dappertutto, salvo che in Cina, India e Stati Uniti. I valori, invece, calano in maniera significativa negli Usa e meno pesantemente in Canada, Giappone e Svizzera mentre trovano la forza per crescere in Germania e in Russia.
Il mercato che suscita la maggiore apprensione è quello statunitense, dove la crisi ha pesato più duramente nelle tasche dei consumatori. Si badi bene però: nei prezzi, non nei volumi. I dati sulle importazioni complessive di vino negli Usa per i primi 9 mesi del 2009 evidenziano un calo – rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente – del 17% nei valori a fronte di una crescita del 13% nelle quantità importate. 

Negli Usa spumante al posto dello Champagne
In questo rimescolamento delle carte in tavola, chi ci rimette di più è la Francia che, posizionata soprattutto sulla fascia alta di prezzo (con Champagne e vini rossi), subisce un calo del 37% nei valori e del 15% nei volumi dei propri vini importati. Al contrario, le importazioni di vini argentini registrano una crescita del 32% in valore e del 18% in quantità, così come quelle cilene aumentano del 22% sul fronte economico e praticamente raddoppiano (+104%) sul versante delle quantità.
L’Italia riduce la propria posizione, subendo  un calo del 14% nei valori e del 4% nei volumi; una riduzione che ci fa perdere il ruolo di primo fornitore di vino per il mercato statunitense, venendo sorpassati dall’Australia che, come noi, accusa una riduzione nei valori del 9% ma contestualmente registra un +31% nelle quantità: le importazioni statunitensi di vino da tale paese arrivano così, nell’intervallo di tempo considerato, ad oltre 180 milioni di litri, contro i nostri 169 milioni.
L’Italia riduce la perdita grazie alla crescita delle esportazioni di spumanti che si avvantaggiano dell’effetto sostituzione avvenuto ai danni del più costoso Champagne.

*Nomisma – Estratto dall’articolo tratto dalla relazione presentata all’Assemblea Nazionale del settore vitivinicolo di Fedagri – novembre, Trento

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